Negli ultimi anni si è parla molto, e anche a sproposito, e senza conoscere approfonditamente l’argomento, delle “vittime” dei “narcisisti”. Come riconoscerli. Come proteggersi. Come uscire da una relazione con una persona narcisista senza uscirne distrutti. Sui social, nei podcast, nei gruppi di supporto, su gruppi Facebook facinorosi e poco consapevoli. 

È un discorso necessario, e per molte persone è stato liberatorio, perché dare un nome a dinamiche relazionali dolorose aiuta a capirle, e a non sentirsene in colpa.

Ma in questo racconto, spesso giustamente centrato su chi ha subito, c’è un pezzo che quasi non compare mai, perché forse è difficile guardarlo: la sofferenza di chi convive con un disturbo narcisistico di personalità.

Non è un discorso che nasce per bilanciare le colpe, né per spostare l’attenzione da chi ha subito un danno relazionale. È un discorso che serve a capire meglio il fenomeno nella sua interezza, perché comprendere non significa giustificare.

Una diagnosi, non un’etichetta

Il Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP) è una diagnosi clinica riconosciuta dai principali manuali diagnostici (come per esempio il DSM-5 dell’American Psychiatric Association e l’ICD-11 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità), non un’etichetta informale da affibbiare all’ex partner, al capo autoritario o all’amica “tossica”.

Perché si possa parlare di DNP, secondo il DSM-5, deve essere presente un pattern pervasivo (cioè costante nel tempo e in diversi contesti di vita, non episodico) che comprenda almeno cinque delle seguenti nove caratteristiche:

  1. un senso grandioso della propria importanza;
  2. la tendenza a fantasticare su successo, potere, brillantezza, bellezza o amore ideale illimitati;
  3. la convinzione di essere “speciali” e unici, comprensibili solo da altre persone altrettanto speciali;
  4. un bisogno di ammirazione eccessiva;
  5. un marcato senso di diritto, cioè l’aspettativa di ricevere un trattamento di favore automatico;
  6. lo sfruttamento delle relazioni interpersonali per raggiungere i propri scopi;
  7. una scarsa capacità di riconoscere e rispondere ai bisogni e ai sentimenti altrui;
  8. invidia frequente verso gli altri, o la convinzione di essere oggetto d’invidia;
  9. atteggiamenti e comportamenti arroganti o presuntuosi.

È una lista che, letta da fuori, descrive un profilo difficile da avvicinare, e in effetti, chi entra in relazione con una persona con queste caratteristiche spesso ne esce ferit*. In questa lista però, manca un sintomo fondamentale, che spesso è invisibile anche a chi ne soffre. 

Un disturbo, come tutti gli altri

Come ogni disturbo di personalità, e ogni disturbo psicologico in generale, anche il Disturbo Narcisistico di Personalità genera sofferenza in chi ne è portatore. Questa affermazione può sembrare controintuitiva, soprattutto a chi ha vissuto relazioni dolorose con persone narcisiste. Eppure è coerente con come la psicopatologia concepisce i disturbi di personalità in generale, cioè pattern rigidi e disadattivi che, per definizione, limitano la capacità della persona di funzionare bene nel mondo e nelle relazioni, anche se spesso in modo silenzioso, e quasi sempre inconsapevole. 

La differenza, nel caso del narcisismo patologico, è che questa sofferenza è particolarmente difficile da vedere, sia da fuori che da dentro. Sia per chi entra in relazione con queste persone, che per chi ha tratti narcisistici, la sofferenza sottostante è difficile da individuare, perché nascosta sotto gli strati descritti dai criteri. Questi sono stati costruiti (non volontariamente, ma per necessità), dalla persona affetta dal disturbo durante la sua esperienza di vita.

Il nucleo di vergogna

Buona parte della letteratura clinica sul narcisismo patologico individua, sotto la grandiosità apparente, un nucleo di vergogna profonda. Questo sentimento è un’emozione fondamentalmente relazionale, che emerge non da un giudizio isolato su di sé, ma dalla rottura percepita del legame con l’altro, dal timore di essere visti come inadeguati, difettosi o indegni di connessione agli occhi di una figura significativa. 

La sofferenza data dalla vergogna nasce nello spazio intersoggettivo tra sé e l’altro. Il pensiero sottostante non è tanto “io sono sbagliato” quanto “io sono sbagliato per te, e questo minaccia il nostro legame”. In questa cornice la vergogna funziona da segnale di allarme relazionale, regolando prossimità e distanza, spingendo al ritiro o all’evitamento proprio nel momento in cui la connessione sarebbe più necessaria, creando spesso un circolo vizioso di isolamento (vi ricorda qualcosa sulle relazioni con persone con disturbo narcisistico?). 

Heinz Kohut, uno dei principali teorici della psicologia del Sé, ha descritto la vergogna come un elemento centrale nella psicopatologia narcisistica. Nella sua lettura, i bisogni narcisistici, legittimi e fisiologici nell’infanzia, restano irrisolti quando non vengono adeguatamente rispecchiati da caregiver empatici. La persona rimane, in un certo senso, “bloccata” in una fase dello sviluppo in cui il bisogno di attenzione e conferma esterna è eccessivo. Per evitare di sperimentare ripetutamente la vergogna legata a questo bisogno insoddisfatto, secondo Kohut la persona può reagire con rabbia o con ritiro. Secondo questa interpretazione possiamo già intuire come la difficoltà relazionale abbia una causa profonda. La “colpa” in questo senso, assume tutta un’altra prospettiva. 

Otto Kernberg, da una prospettiva in parte diversa, ha descritto il narcisismo patologico come una funzione difensiva rispetto a emozioni insopportabili. Questa lettura che converge, pur partendo da presupposti teorici differenti, sull’idea di fondo che la grandiosità non è il problema in sé, ma una soluzione (seppur imperfetta e costosa in termini emotivi), a qualcos’altro.

Andrew Morrison, autore di uno dei testi di riferimento sul tema (“Shame, Ideal Self, and Narcissism”, 1983), ha sistematizzato questa intuizione, mostrando come la vergogna rappresenti l’emozione nascosta dietro molte manifestazioni della patologia narcisistica.

In altre parole, la grandiosità del narcisista non nasce dal nulla. Nella lettura di questi autori, è una corazza costruita, spesso fin dall’infanzia, per non dover sentire un senso di inadeguatezza troppo doloroso da tollerare. Un senso di “non essere abbastanza” così inaccettabile e devastante da dover essere negato, respinto, e capovolto nel suo opposto.

Cosa significa in pratica

Questo non significa che chi ha un disturbo narcisistico di personalità “voglia” semplicemente essere ammirato, o che stia semplicemente esagerando con l’autostima. Significa, piuttosto, che spesso non riesce a tollerare di essere visto per come è davvero, cioè un essere umano vulnerabile, come lo siamo tutt*, con i propri limiti, le proprie mancanze, la propria umanità imperfetta. La grandiosità e la mancanza di empatia non sono una scelta ma una strategia di sopravvivenza. L’unica che la persona è riuscita a trovare per sopravvivere alla sofferenza insostenibile che le relazioni hanno creato nella sua storia. 

L’ammirazione costante diventa, in questo quadro, l’unico modo conosciuto per sentirsi al sicuro. E la scarsa empatia verso gli altri, la difficoltà a vedere davvero l’altra persona, spesso è anche una difficoltà a vedere davvero se stessi per quello che si è, con i propri difetti, le proprie imperfezioni.

Un chiarimento necessario

È importante essere chiari su un punto fondamentale. Comprendere la sofferenza che può esserci dietro un disturbo narcisistico di personalità non significa giustificare i comportamenti dannosi, né minimizzare il vissuto di chi li ha subiti. Le due cose non sono in contraddizione, e anzi, devono poter stare insieme. In fondo è nelle relazioni che le ferite relazionali possono essere rimarginate. Anche quelle delle “vittime” dei narcisisti, che in fondo si trovano ad essere attratte da questo tipo di persone per dei motivi che hanno a che fare anche con la propria storia personale. Ma questo forse è un tema per un altro post.

Rimane il fatto che chi ha subito un danno relazionale da una persona con tratti o disturbo narcisistico ha diritto a essere ascoltato, creduto, e sostenuto nel proprio percorso di elaborazione, senza che la comprensione clinica del disturbo diventi una scusante per il comportamento subito. E non significa che bisogna cercare a tutti i costi, nelle relazioni, di far “redimere” le persone con disturbo narcisistico. È giusto mettere i giusti confini nelle relazioni e proteggersi, ma capire cosa c’è dietro può aiutare anche a fare questo nel modo giusto e con compassione, per se stess* e per l’altr*. 

Allo stesso tempo, guardare la sofferenza dietro il sintomo non è un esercizio di eccessiva indulgenza. È, invece, il primo passo per capire davvero il fenomeno. E poi, quando la persona è disposta e pronta a un percorso di cura, per poterla aiutare.

In sintesi

Il disturbo narcisistico di personalità fa soffrire chi ne è portatore, spesso senza che questa persona ne sia pienamente consapevole. Dietro la grandiosità, la letteratura clinica individua un nucleo di vergogna profonda, un senso di inadeguatezza così intollerabile da dover essere trasformato nel suo opposto.

Riconoscere questo non cancella il dolore di chi ha vissuto relazioni difficili con persone con disturbo narcisista. Ma permette di guardare al fenomeno nella sua complessità, invece che attraverso una lente unicamente moralistica, ed è proprio da questa complessità che parte, quando possibile, la via della cura.


Bibliografia

  • American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, 5th ed. (DSM-5). Washington, DC: APA.
  • Kernberg, O. (1975). Borderline Conditions and Pathological Narcissism. New York: Jason Aronson.
  • Kohut, H. (1971). The Analysis of the Self. Chicago: University of Chicago Press.
  • Kohut, H. (1977). The Restoration of the Self. New York: International Universities Press.
  • Morrison, A. P. (1983). Shame, Ideal Self, and Narcissism. Contemporary Psychoanalysis, 19(2), 295–318.

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